Le piccole cose qui.

WP_20140820_001<a Succede che mi sale l’ansia. Che non respiro. Che la vita sembra troppo stretta per la mia mente, mi assale la preoccupazione per un mondo che va a rotoli, che secondo quanto raccontano tutti, degenera giorno dopo giorno. Nuovi omicidi, nuove guerre, leggi nuove di cui non si capisce il motivo.

Certi giorni mi sento in gabbia, mi sembra che le catastrofi del mondo mi arrivino da un momento all’altro sulla testa, che una bomba da Gaza mi possa scoppiare in giardino, che da domani si instaurerà una nuova dittatura e torneranno i tedeschi coi rastrellamenti.

Poi succede anche che qualche volta prendo la bicicletta e decido di uscire, di spegnere il telefono e il televisore e semplicemente fare un giro per stare un po’ sola con i miei pensieri.

E cammino tra viali di piante fresche e profumate, dove una guerra non c’è. Vedo volare qualche gabbiano e penso che loro non sono in gabbia, che non ci sono sbarre a tenerli legati, che non mi trovo in nessuno zoo.

Poi accade che incontro qualche vecchietto col berretto sporco di tinta che mi ricorda quello che aveva mio nonno, intento a dare la “pittura” a un pattino. Mi fa una battuta in fortemarmino e io ne rido. L’odore della vernice mi è sempre piaciuto, un po’ perchè mi ricorda la mia infanzia, un po’ perchè è tipico delle domeniche di fine aprile quando si va in spiaggia che non c’è nessuno e hanno appena ridato la tinta alle cabine.

Vorrei fermarmi con lui e chiacchierare un po’, farmi insegnare come si tinge il legno e quando si può dare la coppale, quante mani. Non tanto per sapere cose che non so, ma per sentirlo parlare col suo accento e la sua simpatia.

Non ha nessuna stelletta da ufficiale, nessun berretto militare, nessuna bomba che esplode ma solo qualche merlo che fischia. Nessuno ha ucciso nessuno qui, oggi c’è la pace.

Il signore se ne tornerà a casa coi suoi pantaloncini corti sporchi e difficili da lavare, sua moglie gli avrà già preparato la cena, leggera perchè sennò non si dorme.

E io? Ho la paura di tornare indietro a quel mondo stretto che ho lasciato dietro di me, di ricascare in quel vortice di pensieri astratti di cose lontane, di ansie e preoccupazioni senza fine, di brutte notizie, di guerre dentro e fuori.

Allora torno a casa, si, ma stavolta esco in giardino. Dal profumo di settembre che c’è, capisco che qualche fico è già maturo. Salgo su una sedia e li cerco tra le foglie. Qualcuno ce n’è, sono cosi belli e con la testa tra le grandi foglie mi sento finalmente in pace.

Ne sbuccio uno, uno soltanto, e la guerra è finita.

 

 

 

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